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INTERDITTIVE “A CASCATA”: NON BASTA LA MERA E SPORADICA COLLABORAZIONE IMPRENDITORIALE

interdittive a cascata

IL CONSIGLIO DI STATO (SENT.  n. 132 DEL 03.01.2024) HA CONFERMATO LA PRONUNCIA DEL TAR TOSCANA DI ANNULLAMENTO DELL’INTERDITTIVA ANTIMAFIA IN RAGIONE DELLA CARENZA MOTIVAZIONALE DEL PROVVEDIMENTO PREFETTIZIO CIRCA LA SUSSISTENZA DI LEGAMI TRA LE IMPRESE COINVOLTE

LA VICENDA PROCESSUALE

La Società impugnava il Provvedimento Prefettizio con il quale veniva disposto l’effetto espansivo dell’interdittiva adottata nei confronti di altra società cui la prima era stata ritenuta collegata. Secondo la Prefettura, infatti, il provvedimento si giustificherebbe in ragione del fatto che le società in questione siano rappresentate rispettivamente da padre e figlio e che esse abbiano la medesima sede legale, operando peraltro, nel medesimo settore commerciale. La Società impugnava nei termini il provvedimento assumendo la sua estraneità alla gestione societaria dell’altra e comunque l’insussistenza dei presupposti per farsi luogo alla misura di prevenzione impugnata.

LA DECISIONE DEL SUPREMO ORGANO DI GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA

La pronuncia del TAR veniva appellata dal Ministero e il Consiglio di Stato con la pronuncia annotata, nel ribadire un precedente orientamento dato con le sentenze n. 7674/23; 2953/23; 2232/2016 precisa che in tema di interdittive “a cascata” l’instaurazione di rapporti commerciali o associativi tra un’impresa e una società già ritenuta esposta al rischio di influenza criminale, giustifica l’adozione di una informativa sempre che possa presumersi il contagio alla seconda impresa della “mafiosità” della prima. In concreto, è necessario che la natura, la consistenza e i contenuti delle modalità di collaborazione fra le due imprese siano idonei a rivelare il carattere illecito dei legami stretti tra i due operatori economici. Viceversa, ove l’esame dei contatti tra le società riveli il carattere del tutto episodico, inconsistente o remoto delle relazioni d’impresa, deve escludersi l’automatico trasferimento delle controindicazioni antimafia dalla prima alla seconda società. Già altrove i giudici amministrativi hanno specificato che una tale influenza può essere desunta “non dalla considerazione, in sé errata e in contrasto con i principi costituzionali, che il parente di un mafioso sia anch’egli mafioso”, ma per l’opposta valutazione secondo la quale l’organizzazione mafiosa ha, nella maggior parte dei casi, una struttura clanica e, per tali motivi, si fonda e si articola, a livello particellare, “sul nucleo fondante della ‘famiglia’, sicché in una ‘famiglia’ mafiosa anche il soggetto, che non sia attinto da pregiudizio mafioso, può subire, nolente, l’influenza del ‘capofamiglia’ e dell’associazione”. In definitiva, il legame di sangue tra l’imprenditore attenzionato e gli esponenti della malavita non varrebbe di per sé a legittimare l’emanazione di un provvedimento di diniego nelle “white list” e neppure un’interdittiva antimafia. Tale elemento avrebbe rilevanza, invece, a condizione che sussistano circostanze obiettive relative, ad esempio, alla convivenza, cointeressenza di interessi economici ed al coinvolgimento nei medesimi fatti che, pur non avendo dato luogo a condanne in sede penale, dimostrino l’accertata esistenza del controllo di una ‘famiglia’ sull’esercizio dell’attività imprenditoriale di riferimento tale da determinarne una sostanziale incapacità di libera autodeterminazione. Per la lettura del provvedimento clicca qui.

@Produzione Riservata – Studio Legale Gelsomina Cimino

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